Alda, mia madre. Dialogo con Barbara Carniti-Merini

Barbara Carniti-Merini

Ho conosciuto Alda, incontrandola negli sguardi della gente. L’ho vista ovunque la vita suonasse una sinfonia, un canto, una nenia, un gospel o tra una malinconica nota di blues sfuggita ad un sassofono.
Ho letto di lei, di quanto abbia amato o di quanto poco o tanto sia stata amata; di quel camaleontico sentimento sempre presente e manifesto, limpidamente offuscato o maledettamente illusorio.
Alda è riuscita a esprimere se stessa intera, nuda, come noi non riusciamo, per incapacità o pudore, per viltà o supponenza. Nessun artefatto o costrutto inguaina il suo pensiero, libero da sovrastrutture che riportino alla poesia alchemica che tutto trasforma per amore della rima e ne condisce il verso con succo di alambicchi atti a contaminarla e deturparne i sentimenti.
Un giorno l’ho incontrata in due occhi scuri e limpidi e ne ho subito riconosciuto le sembianze.

Nello sguardo di Barbara ho ritrovato il vissuto della madre, ne ho visto la trasparenza e la semplicità che disarma.
Era un reading poetico; un saluto, una stretta di mano e con essa la conferma alle mie sensazioni. Qualche parola di rito e al momento del commiato, la richiesta, con il mio solito osare, di sentirci in seguito, di rimanere in contatto. Ne ricevo un’altrettanto naturale risposta, tipica delle persone che fanno della spontaneità il modus vivendi e riescono a mettere l’altro a proprio agio, senza nessuna forzatura o artificio.

Promessa mantenuta se ora sono qui a parlare di lei, di loro, della loro maniera di amare, del rapporto più naturale che ci sia, quello di madre/figlia.
Nelle mie sporadiche chiacchierate con Barbara, la chat di Facebook ci vede dribblare tra un discorso semiserio, con la complicità che solo tra donne si riesce ad avere, pur conoscendosi poco e la biancheria in attesa di essere stirata. Avevamo trovato un punto che ci accomunava, oltre alla poesia. Condividere la pila di biancheria in attesa, dimezzava il male facendone mezzo gaudio!
Ma ritornando serie chiesi a Barbara di parlarmi di Lei, non della poetessa di cui tanto sappiamo e amiamo, ma di mamma Alda e le risposte furono rapide e sicure, senza alcun tentennamento o esitazione.

Ne riporto testualmente le parole per non contaminare il pensiero di figlia e non alterarne il senso:

BarbaraParlare di Alda Merini, non è cosa semplice. Molte cose si dicono di lei, non a caso è considerata una delle prime poetesse del ‘900. Spesso però con grandissimo dispiacere per noi figlie, la si associa alla figura del manicomio, come se lei fosse vissuta solo in quel determinato periodo, che l’ha segnata pesantemente, ma lei scriveva dall’età di 14 anni, e i suoi versi venivano letti dal grande Quasimodo, da Manganelli, Pier Paolo Pasolini. Mi sento di dire, che in primis lei era Donna, e in seguito madre. Una donna di una intelligenza molto elevata (basti pensare che la sua poesia era estemporanea, senza supporto della scrittura). Quello che vorrei raccontare è un’Alda Merini Madre. Una madre alle volte scomoda ed imponente, quanto fragile. Per lei tutto ciò che era emozione, sia essa positiva che negativa, la trasformava in versi e con questi ci nutriva, credendo che fosse tutto ciò di cui avessimo bisogno… quindi le cose pratiche (cibo, vestiti) passavano in secondo ordine.

M.T. – E questo è stato vissuto da voi come un peso, una mancanza? Vi siete sentite qualche volta messe in secondo piano?

BarbaraMai! Come figlia ero affascinata da lei, come Sibilla sapeva ammaliare. ll suo amore per l’essere umano l’ha portata ad innamorarsi quotidianamente, prodigandosi per gli ultimi senza alcuna riserva Per me era madre e basta. Non mi importava cosa facesse e chi frequentasse.

M. T. – Era solita leggervi le sue poesie, parlare dei suoi versi, del suo mondo interiore o era lei stessa la vostra poesia?

BarbaraEra una donna d’altri tempi, a suo modo concreta, ma parca di gesti affettuosi. Le sue carezze erano la Poesia. Per quanto legata alla malattia, vi assicuro che non ho mai conosciuto una persona così legata alla Vita. Lei la respirava come faceva con le sue sigarette ed era una godereccia nel termine più genuino della parola.

M.T. – La sua più grande eredità? Cosa vi ha lasciato?

BarbaraLei mi ha insegnato l’essenzialità, che è il rispetto per la dimensione umana e per l’essere umano. Non avrei mai potuto desiderare altra madre, se non lei. Essere se stessa è stata la sua forza. Mi ha insegnato che non bisogna essere quello che non si è per compiacere gli altri.

M. T. – Non è stato tutto semplice ma non c’è mai traccia di rancore, nessun velo di risentimento nei tuoi pensieri.

BarbaraMai. Ho solo bellissimi ricordi, a dispetto di chi possa pensare il contrario. Era dolcezza in ogni gesto, in ogni suo movimento e nella maniera di rapportarsi. Molti mi scrivono che si ritrovano nei suo versi e ne hanno tratto forza per uscire da stati depressivi.

M.T. – Non ne ho dubbi, la poesia lenisce, accarezza, cura. Barbara, un aneddoto, un dietro le quinte…

BarbaraMi ricordo quando doveva andare in scena, mi chiamavano per andare a sistemarla. Lei non ci pensava e le compravo le cose che occorrevano. Ma nonostante tutto, alla fine aveva sempre la sottana che pendeva o il collant bucato. Io sorridevo con lei e si andava così… eravamo noi.

M.T. – Sono tenerissime queste immagini e denotano grande complicità e senso di appartenenza.

BarbaraSì. Gli altri rimanevano sempre un po’ sconvolti perché tenevano solo all’apparenza scenica, ma la Poesia, e questo tu lo sai meglio di me non è apparenza, ma intimità.

M.T. – So di cosa parli, a volte sembra annullare tutto il resto, nulla sembra contare, ma ora non parliamo di me. I suoi occhi, li ho guardati a lungo nei vari video…

BarbaraDolcissimi, mi ci perdevo in quello sguardo che sapeva parlare, come ogni figlia, quando guarda la propria mamma. L’adoravo.

M. T. – E io…

BarbaraTu ne hai colto il senso…

M.T. – Credo non ci riuscirò mai abbastanza, ma mi stai dando una mano e te ne sono grata. Qualcosa che ti faccia sorridere in un ricordo buffo, bizzarro?

BarbaraAmava cospargermi di borotalco e ancora conservo questa abitudine. Tutte le sere prima di addormentarmi.

M. T. – Praticamente ti impanava? – sorrido di gusto.

BarbaraSì, ah ah ah… era il suo modo di avere cura del mio corpo, insieme all’olio di ricino e controllava sempre anche la lingua. Poi mi preparava un risotto, che ricordo buonissimo, con il brodo di pollo.

M.T. – Allora abbiamo finalmente scovato un brutto ricordo nell’olio di ricino??

BarbaraNo no… per me non è un brutto ricordo, secondo lei, avendo il fegato in disordine doveva purgarmi. Era il suo modo per interagire con me.

M.T. – Si, erano le sane abitudini di una volta. Posso dirti che non ti è andata male, mia nonna ci riservava le perette!

BarbaraAhahahh… Oddio, anche quelle capitavano a volte! Però l’amavo alla follia, amavo il suo sguardo dolcissimo. Anche se spesso non parlava, sapeva rasserenarmi.

M.T. – Barbara, forse è giunto il momento che io ti lasci andare. Non so esprimerti in maniera adeguata le emozioni che mi stai regalando; entrare in punta di piedi tra voi e avermi permesso di avvicinarmi alla donna, alla madre che ti porti dentro e che rifletti nel tuo sguardo. Solo una parola: Grazie!

BarbaraCon questa intervista avrai capito il rapporto che c’era tra noi. Io e lei, una cosa sola tanto da non resistere l’una lontana dall’altra.

“Vorrei dirle, Non è questa la casa tua. È il mio corpo la tua casa, te sei nel mio corpo, ancora, come quando eri bambina.”
Alda Merini

Maria Teresa Infante
intervista concessa da Barbara Carniti-Merini in data:

maggio 2014

3 pensieri riguardo “Alda, mia madre. Dialogo con Barbara Carniti-Merini

  1. Estela Soami 6 giugno 2020 — 8:38

    Solo una parola:
    Grazie !!!

    Piace a 1 persona

    1. Un’emozione rimasta nel cuore. Grazie a te Estela ❤

      "Mi piace"

  2. Giuseppe Messina 7 giugno 2020 — 17:09

    Anche per me una grande emozione!

    "Mi piace"

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