GIORNALISMO


LE InterSviste
Rosanna Marani: uragano senza età. (Giornalista, poetessa)

Ci conoscemmo circa cinque anni fa quando vinse il Premio Alda Merini e io fui seconda a ruota (grrr) e poi, complice la stima reciproca (spero!) la nostra conoscenza è continuata. Poche chiacchierate, quanto basta – grazie all’amicizia sul social Facebook – ma mirate, tipiche della gente che punta all’essenziale, una caratteristica che ci accomuna. Fui attratta subito dai suoi modi sicuri, diretti, di una che sa come muoversi e cosa dire, mai impacciata, sempre a suo agio eppure disponibile, forte della sua, sempre sagace ironia. Nel tempo rafforzammo la conoscenza reciproca grazie al comune impegno nel sensibilizzare contro la violenza di genere in cui scoprii anche la sua parte combattiva e adirata. Ci scambiammo pareri, ci confrontammo e il mio rapporto con lei fu motivo di crescita personale.
Rosanna è un personaggio pubblico, con una carriera giornalistica di tutto rispetto e tante le sue soddisfazioni in campo lavorativo ma l’InterSvista svela sempre il non detto, cerca di sbirciare dietro le quinte. Ed eccoci in sua compagnia.
Maria Teresa – Rosanna Marani, una donna senza età, in cui convive la curiosità adolescenziale, l’energia della giovinezza, e l’esperienza della maturità. In quali di questi ruoli ti riconosci essenzialmente? In pratica, chi è oggi Rosanna?
– Senza età! In effetti Maria Teresa, davvero non potrei essere più precisa sulla mia età settantenne, cambia di minuto in minuto e non voglio barare. A parte gli scherzi, mi considero una donna che ama il suo tramonto. (Non vedo come potrei non farlo: o mangi questa minestra o…!) Una donna che si porta dentro la curiosità, il sale della vita, l’energia, il motore della vita, la maturità, il lusso della vita.

M.T. – Cara la mia donna/amica senza età, è di pochi giorni fa un post condiviso sui social in cui indossi abiti appartenuti alla tua prima giovinezza. Sei consapevole di inimicarti il 99,9% delle donne (me compresa) che in quegli abiti non ci infilerebbero più neanche il dito della mano destra? (per non parlare di tutto il resto!)
– Si, ne sono consapevole e un poco orgogliosa. La mia vanità non sarà mai anziana come la mia anagrafe suggerisce. Dici che mi inimico donne? Beh, devo la mia linea ad una cura dimagrante, che non posso suggerire ma che per me, anche se è stata tremenda, ha funzionato: un tumore maligno che mi ha torturato la lingua e reso acre il sapore del gusto, privandomi della gioia connessa al cibo. In qualche modo, (no?), devo trovare il lato positivo degli accadimenti! È nel mio carattere e questo è il lato positivo che amo, taglia 42, dopo essere uscita da quel viaggio scontro incontro con il dolore. E ora me la godo, la vanità, a piroettare con gli abiti di… secoli fa.

M.T. – Conoscendoti, sapevo bene che non si trattava di pura vanità ma piuttosto di fierezza e bisogno di dire che ce l’hai fatta, che sei qui, più energica, in forma e grintosa che mai. Era il 2006 quando hai attraversato questo momento difficile e ne sei uscita vincitrice. Solo due parole, per i nostri lettori, e il tuo consiglio per aggrapparsi alla voglia di vivere.
– La voglia di vivere, quando ti fanno credere che stai per morire, è un toccasana. Mi spiego, quando ti comunicano l’esito degli esami a cui ti sottoponi, sulle prime resti inchiodata e prepari il tuo trapasso, metti ordine nelle tue scartoffie, redigi il testamento. Insomma, pieghi la testa in segno di resa e di accettazione del fato. Poi, poi, poi, ti arrabbi come una tigre arrabbiata di brutto e scendi nell’agone, pronta a sfidare, corpo a corpo, quella signora. Vuoi vendere cara la pelle. Vuoi, se è arrivato il tuo cruciale e fatale momento, almeno morire viva.

M.T.–Nasce da qui la tua condizione vegana o è una scelta di natura etica?
– Sono vegetariana con tendenza vegana da venticinque anni. Nasce, la mia scelta etica, dal desiderio di tornare alla mia condizione animale. L’uomo è, infatti, un animale e solo se ascolta il suo istinto può riscoprire la bellezza primitiva che ha in dono dalla nascita. Ed è meraviglioso sapere che al massimo, per nutrirmi, uccido un pomodoro, ma non uccido né mangio sentimenti di creature senzienti. Sai, la frase che mi è rimasta impressa e che ha rivoluzionato il mio menù quale è? Questa: “un animale morto per strada dicesi carogna, un animale morto nel piatto, dicesi cibo”. Non mangio carogne. E a detta dei medici, visto che ho ingurgitato veleni per guarire, il mio corpo è stato aiutato dalla mia scelta nutrizionista, ovvero si è dovuto disintossicare solo dalla chemio e non dalle porcherie con cui rimpinzano gli animali cosiddetti da reddito. Mangio “cosa”, ma non mangio “chi”.

M.T. – Sai che i poeti e i vegani sono le categorie più odiate? (), se ci aggiungi i vestitini taglia 42 sei fritta! Svelaci il tuo peggior difetto così facciamo l’en plein. (I pregi non fanno curiosità!)
– Sono, in privato, da me con me, collerica, rabbiosa, impaziente, in continuo stato di inquietudine per via dell’impotenza che non mi permette di onorare il senso di giustizia che sento dentro. Sai che mi dedico alle battaglie sociali, e quando mi imbatto nelle ingiustizie, vorrei, vorrei, vorrei… ma non ho più l’età per volere fare quello che vorrei. Difendo le vittime con la parola e con la divulgazione in rete di ogni malefatta compiuta nei loro confronti. Ma non mi soddisfa appieno, perché mi prudono le mani e non le lascio agire, ovvero per farmi capire, ti confesso che ho reazioni da maschiaccio, ed essendo contro la violenza ma avvertendo la violenza dentro di me, mi trovo, sempre da me con me, molto a disagio.

M.T.– Una serata libera: shopping con l’amica, a spasso con Erri De Luca (ti ho vista!) o a cena (con dopocena) con il tuo uomo?
– Senza dubbio con Erri De Luca. Per il mio uomo, che non ho, avrei altri mille momenti da contemplare e fargli contemplare. L’amica, se è amica, ci sarà sempre!
M.T. – Come sarà contenta l’amica! Non prendertela con me!

M.T.– Cena romantica, tu ordini insalata con semi di kia, semi di lino, semi di zucca, semi di semi e semi d’ogni natura, quinoa e pomodorini e lui ordina l’intero giardino zoologico alla cacciatora. Ce la fai a rimanere seduta?
–Si, ma con una faccia parlante. Molto parlante. Non ho l’abitudine di essere talebana e di imporre le mie scelte. Ognuno ha la sua coscienza. O incoscienza. In ogni caso,Maria Teresa, mi informerei prima di accettare l’invito, sulle abitudini dell’eventuale commensale in vena di romanticismo!

M.T. – Dopocena romantico: suite con cuscini damascati, air conditioner, secchiello con ghiaccio e champagne (ma quanto mai!), baby doll e 10 gocce di profumo (esageriamo!), oppure due cuori e una capanna, un falò magari in riva al mare, dove non ti avvedi delle zanzare e della doccia che gocciola di notte?
– Suite cinque stelle, antizanzare, aria condizionata, panorama mozzafiato. Mare, d’estate. Camino acceso e neve sul picco delle montagne d’inverno. E penombra per via di quel baby doll!!!!!Direi Taormina e Cortina d’Ampezzo come cornice.
M.T. – Incontentabile!Ma me gusta il baby doll!

M.T.– E l’uomo a letto? Pigiama di seta, slip/e/o canotta, mutandoni ascellari alla Fantozzi o nudo. Tu?
–Pigiama di seta per lui, il suo fruscio è…estasiante. Camicia di seta per me, ça va sans dire.
M.T. – Pigiama di seta… emmm (dimmi che qualcuno lo ha indossato)
M.T. – Ed allora parliamo di eros, dicci tutto, tutto tutto (ma brevemente). Svestiti, denudati, (tira via quel baby doll) ammaliaci: la tua nuova creatura, la nuova raccolta poetica “Po(s)sesso.” Un titolo provocatorio per una donna mentalmente emancipata come te.
–‘Pos(s)sesso’ nasce dopo ‘P’ossessione’, l’ultimo mio libro pubblicato tre anni fa. È successo che ho incontrato in rete Ferdinando de Martino, (L’Infernale Edizioni), un giovane editore tosto, grintoso, creativo e on the rock, ha a malapena 30 anni, che si è innamorato della mia poesia erotica. E così è nato il progetto ‘Pos(s)sess’o, una trilogia che percorre la femminilità di una donna dalla sua scoperta, essere femmina, ai suoi passi sul terreno della sensualità, fino al raggiungimento della consapevolezza della sua sessualità. Tu hai scritto una prefazione, che ho “stragradito”. Hai letto dunque, ogni metafora partorita dalla mia immaginazione per descrivere il desiderio che si immola nell’amplesso. Il sottotitolo del primo volume è: La differenza tra la sensualità e il sexy. Il sottotitolo del secondo volume è: Fare all’amore, non fare l’amore. Il sottotitolo del terzo volume è: Il sublime. Vorrei che il cofanetto della trilogia fosse venduto con una giarrettiera rossa.
M.T. – Per me è stato sinceramente un piacere e un onore – è una silloge che consiglio ai lettori – ma non credere di cavartela così, aspetto con gioia il libro con dedica!

M.T.– Si gode maggiormente di un amplesso mentale, del suo contorsionismo razionale fatto di attacchi, stoccate e affondi mentali o di quello fisico, del corpo a corpo, del confronto all’arma bianca? La verità! Ricordati che ti stai denudando per i nostri lettori (forza che li teniamo fermi qui).
– Non ho dubbio alcuno. Entrambi quando si parla di passione e non di esibizione tecnica di libidine, insomma quando si fa all’amore e non ci si tuffa in una sveltina, devono esistere per unire le essenze nell’amore madre (ne esiste uno solo), nell’amore di appartenenza. Sono convinta che ricreiamo amando, lo stato di beatitudine che noi abbiamo provato dentro al ventre di nostra madre. E che l’amore sia la ricerca indefessa di riannodare con l’amato, il cordone ombelicale, spezzato alla nostra nascita. E che il mugolio dell’orgasmo sia simile al vagito di dolore che abbiamo emesso appena venuti al mondo. Come dire che dolore e piacere hanno la stessa sonorità.

M.T.–Nasci giornalista e un affondo l’hai ottenuto nel 1973 strappando un’intervista esclusiva a Gianni Rivera per la Gazzetta dello Sport, in silenzio stampa da parecchio. A distanza di anni ci sveli come l’hai convinto ad uscire dal silenzio stampa di 6 mesi? Un aneddoto, un qualcosa di non svelato?
– Faccia tosta. Fifa blu. Ecco, circumnavigai Rivera con l’approdo a Romeo Benetti. Una intervista ad Ancona per La Gazzetta dello Sport, che manco sapeva chi fossi, (ancora!). Il fatto è che il direttore, Giorgio Mottana, per togliermi dalla sua vista, io insistevo che mi mettesse alla prova e lui nicchiava e voleva mandarmi a Grazia, a Sogno, insomma a giornali donneschi, se ne uscì con: “Allora mi porti una intervista a Gianni Rivera”. Te l’ho detto qualche riga sopra, la sfida per me è come il nettare per gli dei. Romeo Benetti accettò l’intervista e chiesi a lui di presentarmi Gianni Rivera. Questa è cronaca, l’aneddoto invece è altro. Chiesi l’intervista a Gianni, piangendo! Sì, lacrime calde, gli dissi che ero vedova, a 28 anni (era vero) con un figlio piccolo da mantenere e che sarei entrata a La Gazzetta solo se mi avesse concesso l’intervista. Così fu. Eterna riconoscenza al mito Rivera.
M.T. –Quanto piacciono le lacrime sincere delle donne. Ora mi piace ancor più Rivera, che peraltro ai suoi tempi non era niente male… come calciatore intendo 

M.T.–Tra i tanti riconoscimenti alla carriera spicca l’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ricevuta da Francesco Cossiga nell’83.
Me ne deriva una Marani ligia al lavoro, al dovere (una secchiona insomma) opposta alla Marani ribelle, provocatrice e provocante. La donna e la femmina a confronto. Chi vince?
–Nessuna delle due. Sono sempre, loro, in lotta per la supremazia. A volte prevale la donna, a volte prevale la femmina. Ma ti dirò che è la mia parte maschile che le tiene a bada, quelle due sconsiderate!
M.T. – Tre Marani in una 42!

M.T.– Nella tua vita davvero tante soddisfazioni, compresa una meravigliosa famiglia; cicatrici poche ma profonde. Molto.
Hai perdonato o il perdono non è di questa terra?
– No, non perdono gli altri. Semmai, condono. Entro nella fase della dimenticanza, della cancellazione, dell’indifferenza mistica. Preferisco perdonare me stessa.

M.T.–Giura di aver detto la verità, tutta la verità… e togli le mani dalle tasche, non incrociare le dita!
– Sì, che dico la verità. Almeno la verità di ora, che potrebbe non essere stata la verità di ieri e men che meno potrebbe essere la verità di domani.
M.T. –Vero. Avevo dimenticato che eri nuda! Fila a vestirti che alla nostra età temiamo i colpi di freddo e la maglia della salute non ci piace indossarla. Baby doll for ever!
Grazie Ros!
– Grazie a te. Ps Una interSvista così mai mi era capitata. Davvero una meraviglia!

Maria Teresa Infante


ORO di Capitanata:

Martina Criscio vince i Mondiali di sciabola femminile.

Nasce e vive a Foggia, approda e sale sul tetto del mondo con il Club Scherma San Severo con la sciabola femminile: è Martina Criscio.
Il preludio a giugno quando, a Tiblisi, vince i Campionati Europei Assoluti con le compagne di squadra, Rossella Gregorio, Lorena Gulotta e Irene Vecchi, battendo in finale la Russia. Un team che risulta vincente e si riconferma, travolgendo la Corea del Sud a Lipsia. Può bastare a farne una leggenda dello sport – e scusate se è poco – ma sono fermamente convinta che non finisca qui e che Martina sia pronta per ricominciare la sfida con se stessa.
MT– Ciao Martina, bentornata in terra natìa con tutto il carico di emozioni che ti porti appresso, dopo aver ossigenato i polmoni sul gradino più alto del mondo. Come si sta a quelle altitudini?
– Quassù devo dire che tira aria buona! Ah ah, è stata un’esperienza fantastica che mi porterò per sempre. Il mio primo Mondiale Assoluto, centrato in pieno con la vittoria a squadre è qualcosa che non dimenticherò, insieme a tutta la gioia provata nel salire sul gradino più alto e cantare il nostro inno.
MT– Appena riconquistata un minimo di lucidità a chi è andato il tuo pensiero? La prima telefonata?
– I primi messaggi alla mia famiglia, al mio maestro e alla migliore amica, Claudia.
MT– Gli sportivi non bevono (leggenda metropolitana); confessa, quanti brindisi sei riuscita a sostenere? Puoi sempre dirci che era acqua tonica!
– Diciamo che per un risultato così, mi sono meritata uno strappo alla regola! I brindisi sono stati moltissimi a partire da quello con tutta la Nazionale, a Lipsia, per finire a quello con le mie amiche, a Foggia. È stata abbastanza dura reggerli tutti, devo ammetterlo.
MT – Dopo l’urlo esultante che vi ha viste strette in un abbraccio meraviglioso e commovente, un dietro le quinte quando, negli spogliatoi, si dà libero sfogo alla gioia.
– Non riuscivamo ancora a crederci a dir la verità ma io l’ho sempre detto e ho continuato a ripeterlo anche lì, dietro che “siamo noi la squadra da battere!” E ora abbiamo conquistato tutto!
MT – Prima di ogni competizione importante: una preghiera o un rito scaramantico? Per esperienza so che questi ultimi avvengono anche negli spogliatoi. C’è chi ha ammesso di usare sempre lo stesso slip per 20 anni di carriera! Sempre meglio dei calzini!
– Il mio rito scaramantico inizia la sera prima, nell’ organizzare la Sacca: tutto deve essere preciso e ordinato per la gara del giorno successivo. E poi immancabile, la playlist per la gara!
MT– Il rientro a casa, nella famiglia Criscio? Mamma e papà, più lacrime o sorrisi?
– Al rientro ho ricevuto fortissimi abbracci dai miei genitori e dai miei fratelli (anche se da uno, virtualmente, perché vive a Rimini) e poi altri brindisi, tutti insieme!
MT – Il tuo fan/fans più sfegatato?
– Le mie amiche, Roberta e Claudia che mi seguono anche di notte quando gareggio dall’ altra parte del mondo, insieme ai miei genitori e al mio presidente, Matteo Starace sempre pronto a darmi la carica!
MT – Una carrellata dei tuoi successi più recenti, per quanti cominceranno a seguire più da vicino Martina, dopo questo brillante risultato.
– Quest’anno è stata una grande stagione a partire dalle medaglie di bronzo conquistate in Coppa del Mondo a New York e Yanghzhou (Cina) e ai Campionati Italiani di Gorizia, passando per il Bronzo al Grand Prix dì Seoul per concludere con l’Oro a squadre agli Europei di Tblisi ed al Mondiale di Lipsia!
MT– Peggio di Attila! Ora finalmente stai godendo le meritate vacanze: mare o montagna?
– Assolutamente mare! Lo adoro! Soprattutto quello del mio amato Gargano, arricchito da un paesaggio mozzafiato e dal cibo prelibato.
MT– Ti sarà mancata la nostra pastasciutta, in giro per il mondo! So che non sei vegana: carne o pesce? Quale il peccato di gola a cui non rinunceresti mai?
– Se ci fosse l’alternativa direi pizza, ah ha! Carne e pesce mi piacciono entrambi, probabilmente se ci fosse una frittura o un filetto sceglierei la prima, di certo.
MT– Hai scelto il Club Scherma San Severo, un Club che già in passato ha fatto parlare dei suoi giovani talenti; quali le motivazioni che hanno originato la tua scelta?
– Come per tutti i miei cambiamenti di società, ho seguito il mio maestro, Benedetto Buenza, una delle poche persone di cui mi fido ciecamente e che per me ha sempre dato tutto, a volte rinunciando anche alla famiglia. Gli devo moltissimo.
MT– Chi ha creduto fin dall’inizio al tuo talento all’interno del Club? Senti di ringraziare qualcuno in particolare, oltre al maestro Buenza?
– Ringrazio in primis me stessa per aver sempre creduto nel mio sogno senza mai mollare e poi la mia famiglia che mi ha sostenuto nella mia scelta di vita, sia emotivamente che economicamente. E infine il mio gruppo sportivo, l’Esercito, che ha puntato su di me nonostante avessi ancora 17 anni e fossi ancora un astro nascente!
MT – Ti concederai un momento di pausa o pigerai il piede sull’acceleratore?
– Pausa il giusto per riprendere le energie e da fine agosto si ricomincia ancora più forte. Europei e mondiali sono solo delle tappe, il mio obiettivo è a cinque cerchi e si chiama Tokyo 2020.
MT– Senti di dire qualcosa riguardo alle discriminazioni verso gli sport cosiddetti minori, che a parità di risultati, rispetto alle discipline più seguite, non ottengono la stessa visibilità, e il giusto riconoscimento, per non parlare dei compensi economici. Colpa delle Leghe o della mancanza di informazione da parte dei media?
– Purtroppo le tante medaglie conquistate non portano abbastanza fondi per rendere uno “sport minore, maggiore.” Le federazioni dovrebbero puntare sulla pubblicità e su manifestazioni per farli conoscere meglio. Tuttavia si ritorna sempre al problema dei fondi per attuare queste idee. MT– Neanche ventiquattro anni; iscritta al corso di laurea Scienze delle attività motorie a Foggia. Giornate frenetiche divise tra studio e allenamenti. Quanto ne risente la vita privata?
– Ultimamente ho deciso di mettere come priorità la mia carriera sportiva e prendere gli studi con più calma. Voglio realizzare prima i miei obiettivi schermistici, senza ovviamente trascurare l’università, però tutto senza stress.
MT – La vanità è femmina (eufemismo!); quanto sei vanitosa? Eri bionda agli europei del 2015, non credo per coprire i primi segni della brizzolatura!
– Ahah, devo dire che mi piace sperimentare, soprattutto sui capelli. Sono molto vanitosa e mi piace curare il mio fisico. Le mie amiche non mi sopportano perché appena mi imbatto in uno specchio mi fermo sempre a guardarmi.
MT: Momenti liberi: gonna o pantaloni; tacco o ginniche, trucco o acqua e sapone?
– Dipende dalle occasioni! Tendenzialmente pantaloni e sneakers, ma nel weekend un tocco di eleganza c’è sempre: mi piace indossare camicie e scarpette un po’ più classiche.
MT– Sei un personaggio pubblico, sempre più sotto la luce dei riflettori che deve fare i conti con i mass media, le regole e la disciplina tipiche del mondo sportivo in generale e con gli sponsor; conta più l’essere o l’apparire in questi casi?
– Conta essere un esempio. Noi atleti siamo figure pubbliche che hanno il compito di educare tramite i nostri comportamenti. Possiamo dare il nostro contributo alla società con i valori in cui crediamo, quindi direi che è importante apparire come si è, perché siamo figure positive.
MT– Ami la compagnia o il silenzio della solitudine?
– Amo stare in compagnia se ci sono persone intraprendenti e positive. Ma amo anche prendermi i miei momenti di solitudine: spesso mi piace spezzare il ritmo quotidiano andando sulla spiaggia ad ascoltare la natura e osservare i suoi colori mozzafiato.
MT – Meglio una buona bugia o una cruda verità?
– Non so mentire quindi sempre verità. Per lo meno si capisce come sono fatte davvero le persone.
MT – Ne ferisce più la parola o la… sciabola? C’è qualcuno/qualcosa che ti ha profondamente ferita?
– Ho ricevuto una bella serie di batoste ma mi hanno permesso di diventare la persona che sono oggi, per questo, col senno del poi non porto rancore.
MT – Per quanto riguarda invece la sfera sentimentale. Hai già trovato l’altra metà della mela?
Sperando non sia uno schermitore, con i battibecchi a fil di spada!
– Non ho ancora trovato una compagnia che possa reggere alla vita che faccio, però probabilmente, la cercherei al di fuori del mio ambiente sportivo, magari con una vita un po’ più tranquilla. Un po’ di serenità quando torni dai viaggi, fa sempre bene!
MT– E se ti si presenta con le sembianze di un ranocchio; glielo scocchiamo questo bacio o cambi ideale?
– Se ne vale la pena, perché no!
MT- Il tuo difetto più grande? Pensi di limarlo crescendo o preferisci un pizzico d’imperfezione all’essere noiosamente perfetta?
– Non si sarà mai perfetti. Ho tanti difetti, alcuni accettati altri da migliorare, ma in compenso credo di avere validi pregi!
MT– I tuoi pregi li abbiamo sotto gli occhi. Fin da subito sono stata rapita dalla trasparenza dei tuoi occhi e dalla gentilezza dei tuoi modi; credimi, non è da tutti, anzi, se posso permettermi, non perdere mai l’umiltà di oggi, è una grande dote che ti permetterà di ambire sempre a nuovi orizzonti. Chi crede di essere arrivato, non è mai partito. Vuoi lasciare un tuo saluto ai lettori?
– Ti ringrazio delle bellissime parole e sono felice che traspaia questo di me perché è davvero così che sono. Colgo l’occasione per ringraziare anche chi lavora con me, ma non si vede sulle pedane. Il mio maestro benedetto Buenza, il mio gruppo sportivo l’Esercito Italiano, il mio Club San Severo, il mio presidente Matteo Starace, il mio nutrizionista Atanasio de Meo e il mio fisioterapista Giuseppe Rabbaglietti. E ovviamente la mia famiglia che mi ha sempre guidato e sostenuto in tutte le mie scelte di vita.
MT – A ragione hai citato il Presidente Matteo Starace, al quale ho chiesto gentilmente di lasciarci un suo pensiero riguardo alla realtà che la scherma locale sta vivendo:

M. Starace – Mi sento di esprimere solo l’enorme gioia e la soddisfazione per il nostro Club Scherma San Severo per il risultato eccezionale ottenuto da Martina con l’intera squadra. Non posso che aggiungere, in veste di Presidente del Comitato Regionale FIS Puglia, le mie congratulazioni, unite all’orgoglio di noi tutti che oggi stiamo raccogliendo i frutti del lavoro svolto nel corso degli anni. Abbiamo sempre creduto nei nostri atleti e la costanza e la determinazione di Martina sono la risposta ai tanti sacrifici e alla passione che da sempre mettiamo in campo. Un atleta però è soggetto a numerose sollecitazioni esterne, per carità, doverose e necessarie, ma il loro dispendio di energie è enorme e per questo auspico che vengano anche rasserenati dalle istituzioni scolastiche nei momenti di maggior bisogno, come purtroppo raramente accade e che venga sollecitata l’istituzione di un osservatorio sul territorio, al fine di evitare la dispersione dei talenti. Al momento, tutte le nostre congratulazioni a Martina!

MT – Siamo un paese sofferente, che annaspa e boccheggia, ma Martina ha portato con sé il “vento buono” che ridà linfa e ossigeno alla nostra terra. Grazie Campionessa per averci portati sul tetto del mondo con il Club Scherma San Severo e per esserti concessa in tutta semplicità ai nostri, spero, numerosi lettori. Ad meliora et maiora semper, Martina! Aspettando Tokio 2020!
MC – Grazie a tutti voi che vi impegnate per far conoscere storie come la mia e di molti altri atleti della nostra terra. Spero di riuscire a risollevare anche solo di poco questo territorio e dare un esempio a tutti i cittadini che con sacrificio e amore si può arrivare ovunque!

Maria Teresa Infante
Intervista pubblicata sul Corriere di San Severo num. 989/settembre 2017

M S – Mi sento di esprimere solo l’enorme gioia e la soddisfazione per il nostro Club e per il risultato eccezionale ottenuto da Martina con l’intera squadra. Non posso che aggiungere, in veste di Presidente del Comitato Regionale FIS Puglia, le mie congratulazioni unite all’orgoglio di noi tutti che oggi stiamo raccogliendo i frutti del lavoro svolto nel corso degli anni. Abbiamo sempre creduto nei nostri atleti e la costanza e la determinazione di Martina sono la risposta ai tanti sacrifici e alla passione che da sempre mettiamo in campo. Un atleta però è soggetto a numerose sollecitazioni esterne, per carità, doverose e necessarie, ma il loro dispendio di energie è enorme e per questo auspico che vengano anche rasserenati dalle istituzioni scolastiche nei momenti di maggior bisogno, come purtroppo raramente accade e che venga sollecitata l’istituzione di un osservatorio sul territorio, al fine di evitare la dispersione dei talenti.


Il vento buono
Dino Bilancia. Poche parole, tante opere.

Anche quest’anno le strade della nostra città hanno respirato la forte ondata di misticismo e spiritualità dovuta al tributo dei cittadini alla santa patrona. Festeggiamenti in bilico a causa dei capricci atmosferici che hanno solo rallentato l’andamento del programma, tra rovesci e diritti delle instabili condizioni meteorologiche. Eh già che qualche santo in paradiso ci avrà messo la mano e pure una buona parola per i suoi “confratelli” giunti dalle varie diocesi, perché la “Processione del Paradiso” non sfilava dal 2007, in occasione del Giubileo e un ulteriore tentativo di ripristinarla definitivamente, andato a vuoto, fu nel 2012. Tra uno scroscio di pioggia e l’altro ce l’abbiamo fatta anche questa volta, con buona pace dei fedeli e dei “fujenti.” Odori ben presto stantii di “torcinelli” e di rotoloni di salsicce, (da fare invidia a quelli della famosa carta-cucina), galeotti di peccati di gola per cui, vane saranno le Ave Maria e il Padre Nostro per riscattare il giro vita in esubero.
Fortuna non sia mancato “il vento buono” a sospingere curiosi ed estimatori verso la gigantesca immagine della Signora della città che troneggiava silenziosa e in assorta posa meditativa, in Corso Vittorio Emanuele 7, offrendo lo sguardo materno agli scatti professionali degli obiettivi e a quelli amatoriali dell’I Phone. L’opera, una stampa di mt 5 x 5 è nata da una collaborazione artistica tra Dino Bilancia e Felice Gagliardi, pubblicitario, che ha trasformato in gigantografia il dipinto originario di cm 60×60 realizzato dal Bilancia, il tutto incorniciato da vivaci luminarie che ne hanno accentuata la suggestione durante le ore serali. Posizionata sull’entrata dello studio d’arte del suo creatore, il ritratto denota la ricercatezza stilistica del Bilancia, sempre rivolto al nuovo e al superamento del “già visto”, che pur dovendosi naturalmente attenere alla staticità dell’iconografia storica e religiosa ha inteso dirigere lo sguardo della Madonna verso il basso, quasi a protezione dei fedeli che vi si soffermavano in estatica contemplazione.
“Il vento buono” mi porta ad ammirare la bellezza esplosiva della vetrina del maestro, nato a Locorotondo e residente da sempre a San Severo, stanziale, forse, solo negli ultimi anni, avendo girato in lungo e in largo l’intera penisola per la sua carriera artistica. Laureato all’Accademia delle Belle Arti di Napoli nel 1972, prolifico e attivo, al ritmo di circa 5 mostre l’anno fino a pochissimo tempo fa, con frequenti tappe in Germania, Svizzera, Inghilterra e una sosta durata tre interi anni in Francia, senza contare la sua Galleria d’Arte ad Ancona, diretta tra tematiche figurative e surrealiste, per un lungo periodo.
Il suo studio è una fucina di tele dalle mille cromie e contenuti; ogni volta una nuova opera, un bozzetto, la sua magica bic che capta le immagini a guisa di uno scatto fotografico e le ciliegie, le mele e le ultime arance di stagione sempre a vista, perché “il pittore” oltretutto è un gran consumatore di frutta, e nel retro-bottega sono sicura nasconda le banane, le nocciole e i meloni retati, appesi tra i quadri e gli smalti.
Specializzato nell’ambito figurativo, con una conoscenza anatomica del corpo umano che salta agli occhi anche ad un profano, dipinge da sempre e la sua passione non corrisponde ad una data precisa, ma è cresciuta con i suoi bermuda e i sandaletti, fino a calzare l’attuale ‘44’ e meglio sarebbe non parlare di arti inferiori viste le pene che l’alluce valgo gli ha arrecato negli ultimi tempi. Ma il nostro artista, stoicamente, non ha mai rinunciato al suo doppiopetto sagomato con l’immancabile borsalino a tenere a freno il ciuffo ribelle (e con questo mi sono giocata un amico), corredati da eleganti infradito, pendant con il calzino filo di scozia, esibiti con la nonchalance del moderno dandy. Ma ciò di cui non potrebbe fare a meno sono le mani, sempre in continua attività, connesse ad una fervida fantasia creativa e a tale proposito gli chiedo se è la mente ad armare la mano o la seconda a stimolare la mente (giuro di non avere ambizioni “marzulliane”)
– Sono un tutt’uno, l’una è al servizio dell’altra, non ci si rende conto di chi diriga, sai solo che vanno di pari passo e interagiscono all’unisono, completandosi – mi risponde, mentre l’occhio mi cade su uno dei dipinti concesso per l’immagine di copertina ad un mio libro, ma tanti sono gli autori che hanno utilizzato dipinti di Bilancia come copertina per sillogi poetiche o romanzi, sia in Italia che all’estero.
– Il tuo ultimo periodo creativo si fregia soprattutto di immagini femminili, bellezza allo stato puro, donne, tante donne: eleganti, sfrontate, raffinate, seducenti, sensuali, “ntpatiche” (da un tuo titolo), violate, malinconiche, mistiche, eteree. Insomma diciamo che apprezzi la femminilità in ogni sua sfaccettatura e non potrebbe essere diversamente, per un artista. Ma Dino ha un suo concetto di donna ideale?
– Non credo si possa idealizzare la bellezza femminile in quanto concetto universale che sfugge ad ogni forma di soggettivismo, mentre in ogni donna c’è la propria bellezza. Io la trovo in ognuna, in un gesto, uno sguardo, una movenza, un colore, una forma ed il particolare che mi attrae rende gradevole l’insieme, rendendolo armonico. Trovo che lo stesso essere donna sia già bellezza.
Nel suo folto curriculum, ricco di premi e riconoscimenti ovunque e di tutto rispetto, una sola partecipazione a San Severo, alla biennale di parecchi anni fa, che ha visto esporre oltre 150 artisti e di cui, peraltro, ha un ottimo ricordo. Gliene chiedo il motivo e lo vedo farsi serio all’istante:
– Ti racconto una cosa – risponde pensoso – avevo poco più di 17 anni e partecipai, pieno di entusiasmo, alla mia prima mostra in assoluto che si tenne nel foyer del Teatro G. Verdi; credo fosse per la pace o inerente ai problemi del Medio Oriente perché esposi un dipinto che raffigurava degli uomini visti di spalle, nel gesto di fare pipì, ma effettivamente tra le mani avevano dei lunghi tubi da cui fuoriusciva petrolio. Capisci benissimo che era un’immagine provocatoria, di ribellione, che non aveva nulla di osceno (figure di spalle) e con un preciso messaggio di denuncia, invece i miei quadri vennero considerati con superficialità, rimossi dalla mostra e io fui perfino denunciato per offesa alla morale. Fu un colpo difficile da incassare, avevo solo 17 anni! Qualcosa in seguito mi ha sempre trattenuto da successive partecipazioni in città e la mia carriera si è sviluppata fuori sede. Tutt’ora provo ancora amarezza nel ricordare lo sconforto provocato da quella decisione arbitraria (perché l’arte è libertà d’espressione) e che ancora oggi trovo iniqua, anche se ormai ho lasciato l’episodio alle spalle con gli anni della maturità.
Spontaneo il mio – Non sai come ti capisco!
Ma ora il vento buono spira forte sullo Studio d’Arte Bilancia che lo vede artefice di un’opera monumentale che resterà a simbolo della città, e non solo: l’obelisco in memoria delle vittime della strada, sorto nella parte nuova del cimitero. Il progetto, commissionato dall’imprenditore Dario Montagano, nasce per caso, una sera, durante una conversazione tra i due amici, nell’eterno dolore di un padre e la sensibilità di un artista. Sembrava solo un piccolo sogno e invece, grazie alla determinazione dei due, diventa realtà. Oggi San Severo può fregiarsi dell’obelisco più alto del mondo, con i suoi quasi 49 metri d’altezza e una struttura d’acciaio interna che toglie il primato a quello Lateranense a Roma di mt 32,18. Un blocco monolitico di una vena naturale di travertino con un apice che riporta una croce interamente in foglia oro, alta mt 3, strutturata in modo da poterla osservare da qualunque parte ci si posizioni. Sull’obelisco sono incisi i nominativi e le foto di 140 vittime della strada, di cui 60 facenti parte di altre regioni italiane, fornite dall’Associazione “Angeli della strada”, una cui delegazione il 4 novembre si è recata in visita al cimitero della nostra cittadina per omaggiare le vittime e contemplare l’opera. Il monumento, inoltre, si eleva dal centro di una fontana a forma di rosa alpina, con cascate d’acqua che scorrono sui quattro lati del frontone mentre la base dell’obelisco è stata completata con l’insediamento di una scultura bronzea di mt 2,00, sempre opera del Bilancia. La statua rappresenta il giovane Umberto Montagano, la cui vita è stata tragicamente spezzata a soli 22 anni, nella notte di San Lorenzo del 2003, a causa un incidente stradale; tra le mani una farfalla pronta a spiccare il volo, simbolo dell’anima che si libra verso Dio. Un monumento di una valenza multipla e come opera d’arte e per il messaggio d’amore eterno a cui ci riporta. Quando l’arte si offre come tramite tra materia e spirito, tra il terreno e lo spirituale, quando assolve alla sua funzione sociale divenendo essa stessa un mezzo, una forma di comunicazione, dispensatrice di emozioni e sensazioni che elevano l’uomo, credo abbia assolto alla sua più ampia funzione.
Dino Bilancia, creatività raffinata, ricercata, che si riflette nella sua persona, discreta, silenziosa, affabile e famigliare allo stesso tempo in tutta la semplicità con cui si pone.
Le parole non servono quando sono i fatti a parlare.
Lui, “il vento buono” che da San Severo ha soffiato anche oltre confine. Diciamolo.

Maria Teresa Infante
Articolo pubblicato sul Corriere di San Severo N. 987 giugno

Dialogo con Barbara Carniti-Merini.
Alda: mia madre

Ho conosciuto Alda, incontrandola negli sguardi della gente.
La riconoscevo ogni giorno e attraverso le sue parole, i suoi pensieri ho imparato a conoscermi.
L’ho ritrovata in ogni forma del suo sentire, con mille volti diversi eppure sempre uguale a se stessa, tra le tante sfumature di gioia, dolore, sofferenza, passione, urla e silenzi, Amore e abbandoni.
L’ho vista ovunque la vita suonasse una sinfonia, un canto o una nenia, un gospel gioioso, tra una malinconica nota di blues sfuggita ad un sassofono e un tasto di pianoforte carezzato da mani trepidanti, in un tocco di campana ad annunciare l’alba.
Ho letto di lei, di quanto abbia amato o di quanto poco o tanto è stata amata; di quel camaleontico sentimento sempre presente e manifesto, limpidamente offuscato o maledettamente illusorio. Per questo l’ho amata e la amo, perché Alda è riuscita a dire ciò che noi non riusciamo, per incapacità o pudore, per viltà o supponenza. Nessun artefatto o costrutto inguaina il suo pensiero, libero da sovrastrutture che riportino alla poesia alchemica che tutto trasforma per amore della rima e ne condisce il verso con succo di alambicchi atti a contaminarla e deturparne i sentimenti.
Alda è sempre riconoscibile nella sua nuda percezione. Un giorno l’ho incontrata in due occhi scuri e limpidi e ne ho subito riconosciuto le sembianze.
Nello sguardo di Barbara ho ritrovato il vissuto della madre, ne ho visto la trasparenza e la semplicità che disarma. Eravamo a un reading poetico; un saluto, una stretta di mano e con essa la conferma alle mie sensazioni. Qualche parola di rito e al momento del commiato, la richiesta, con il mio solito osare, di sentirci in seguito, di rimanere in contatto. Ne ricevo un’altrettanto naturale risposta, tipica delle persone che fanno della spontaneità il modus vivendi e riescono a mettere l’altro a proprio agio, senza nessuna forzatura o artificio.
Promessa mantenuta se ora sono qui a parlare di lei, di loro, della loro maniera di amare, del rapporto più naturale che ci sia, quello di madre/figlia.
Nelle mie poche e sporadiche chiacchierate con Barbara, la chat di Facebook ci vede dribblare tra un discorso semiseria, con la complicità che solo tra donne si riesce ad avere, pur conoscendosi poco, e la biancheria in attesa di essere stirata. Avevamo trovato un punto che ci accomunava oltre alla poesia. Condividere la pila di biancheria in attesa sulla sedia, dimezzava il male facendone mezzo gaudio! Ma ritornando serie chiesi a Barbara di parlarmi di Lei, non della poetessa di cui tanto sappiamo e amiamo, ma di mamma Alda e le risposte furono rapide e sicure, senza alcun tentennamento o esitazione.
Ne riporto testualmente le parole per non contaminare il pensiero di figlia e non alterarne il senso:

Barbara – Parlare di Alda Merini, non è cosa semplice. Molte cose si dicono di lei, non a caso è considerata una delle prime poetesse del ‘900. Spesso però con grandissimo dispiacere per noi figlie, la si associa alla figura del manicomio, come se lei fosse vissuta solo in quel determinato periodo, che l’ha segnata pesantemente, ma lei scriveva dall’età di 14 anni, e i suoi versi venivano letti dal grande Quasimodo, da Manganelli, Pier Paolo Pasolini. Mi sento di dire, che in primis lei era Donna, e in seguito madre. Una donna di una intelligenza molto elevata (basti pensare che la sua poesia era estemporanea, senza supporto della scrittura). Quello che vorrei raccontare è un’Alda Merini Madre. Una madre alle volte scomoda ed imponente, quanto fragile. Per lei tutto ciò che era emozione, sia essa positiva che negativa, la trasformava in versi e con questi ci nutriva, credendo che fosse tutto ciò di cui avessimo bisogno… quindi le cose pratiche (cibo, vestiti) passavano in secondo ordine.
M.T. – E questo è stato vissuto da voi come un peso, una mancanza? Vi siete sentiti qualche volta messi in secondo piano?
Barbara – Mai! Come figlia ero affascinata da lei, come Sibilla sapeva ammaliare. ll suo amore per l’essere umano, l’ha portata ad innamorarsi quotidianamente, prodigandosi per gli ultimi senza alcuna riserva Per me era madre e basta. Non mi importava cosa facesse e chi frequentasse.
M. T. – Era solita leggervi le sue poesie, parlare dei suoi versi, del suo mondo interiore o era lei stessa la vostra poesia?
Barbara – Era una donna d’altri tempi, a suo modo concreta, ma parca di gesti affettuosi. Le sue carezze erano la Poesia. Per quanto legata alla malattia, vi assicuro che non ho mai conosciuto una persona così legata alla Vita. Lei la respirava come faceva con le sue sigarette ed era una godereccia nel termine più genuino della parola.
A questo punto un sorriso complice e sornione sfugge a entrambe, con il solito “ah ah” della chat, insieme a una mia riflessione sul come spesso sigaretta e scrittura vadano a braccetto. Purtroppo ne so qualcosa.
M.T. – La sua più grande eredità? Cosa vi ha lasciato?
Barbara – Lei mi ha insegnato l’essenzialità, che è il rispetto per la dimensione umana e per l’essere umano. Non avrei mai potuto desiderare altra madre, se non lei. Essere se stessa è stata la sua forza. Mi ha insegnato che non bisogna essere quello che non si è per compiacere gli altri.
M. T. – Non è stato tutto facile ma c’è non mai traccia di rancore, nessun velo di risentimento nei suoi pensieri.
Barbara – Mai. Ho solo bellissimi ricordi, a dispetto di chi possa pensare il contrario. Era dolcezza in ogni gesto, in ogni suo movimento e nella maniera di rapportarsi. Molti mi scrivono che si ritrovano nei suo versi e ne hanno tratto forza per uscire da stati depressivi.
M.T. – Non ne ho dubbi, la poesia lenisce, accarezza. Barbara, un aneddoto, un dietro le quinte…
Barbara – Mi ricordo quando doveva andare in scena, mi chiamavano per andare a sistemarla. Lei non ci pensava e le compravo le cose che occorrevano. Ma nonostante tutto, alla fine aveva sempre la sottana che pendeva o il collant bucato. Io sorridevo con lei e si andava così… eravamo noi.
M.T. – Sono tenerissime queste immagini e denotano grande complicità e senso di appartenenza.
Barbara – Sì. Gli altri rimanevano sempre un po’ sconvolti perché tenevano solo all’apparenza scenica, ma la Poesia, e questo tu lo sai meglio di me non è apparenza, ma intimità.
M.T. – So di cosa parli, a volte sembra annullare tutto il resto, nulla sembra contare, ma ora non parliamo di me. I suoi occhi, li ho guardati a lungo nei vari video…
Barbara – Dolcissimi, mi ci perdevo in quello sguardo che sapeva parlare, come ogni figlia, quando guarda la propria mamma. L’adoravo.
M. T. – E io…
Barbara – Tu ne hai colto il senso…
M.T. – Credo non ci riuscirò mai abbastanza, ma mi stai dando una mano e te ne sono grata. Qualcosa che ti faccia sorridere in un ricordo buffo, bizzarro?
Barbara – Amava cospargermi di borotalco e ancora conservo questa abitudine. Tutte le sere prima di addormentarmi.
M. T. – Praticamente ti impanava? – sorrido di gusto.
Barbara – Si, ah ah ah… era il suo modo di avere cura del mio corpo, insieme all’olio di ricino e controllava sempre anche la lingua. Poi mi preparava un risotto, che ricordo buonissimo, con il brodo di pollo.
M.T. – Allora abbiamo finalmente scovato un brutto ricordo nell’olio di ricino??
Barbara – No no… per me non è un brutto ricordo, secondo lei, avendo il fegato in disordine doveva purgarmi. Era il suo modo per interagire con me.
M.T. – Si, erano le sane abitudini di una volta. Posso dirti che non ti è andata male, mia nonna ci riservava le perette!
Barbara – Ahahahh… Oddio, anche quelle capitavano a volte! Però l’amavo alla follia, amavo il suo sguardo dolcissimo. Anche se spesso non parlava, sapeva rasserenarmi.
M.T. – Barbara, forse è giunto il momento che io ti lasci andare, non so esprimerti le emozioni che mi stai regalando; entrare in punta di piedi tra voi e avermi permesso di avvicinarmi alla donna, alla madre che ti porti dentro e che rifletti nel tuo sguardo. Solo una parola: Grazie!
Barbara – Con questa intervista avrai capito il rapporto che c’era tra noi. Io e lei, una cosa sola tanto da non resistere l’una lontana dall’altra.

“Mi hanno rubato la figlia, praticamente. Gli impediscono di vedermi… ma io fossi anche la donna più disastrata, son la sua mamma, capisci? Ne soffro molto, la Barbara è l’unica Musa, su di lei altre figlie. Vorrei dirle, Non è questa la casa tua. È il mio corpo la tua casa, te sei nel mio corpo, ancora, come quando eri bambina”.
Alda Merini

Maria Teresa Infante
intervista concessa in data: maggio 2014

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