SOPRA NON APPARE ALCUN CIELO, di Marco Quarin

Robin Edizioni (Robin&sons) (2018)

LIBERE RIFLESSIONI

Esito a impilarlo tra i ripiani delle mie librerie. Lo soppeso sul palmo della mano, certa che la leggerezza non gli appartiene. Consapevole di non aver letto un romanzo, di quelli con inizio e fine, un climax che allaccia il prologo all’epilogo per poi poter chiudere definitivamente il libro ammirandone la copertina. A onor del vero d’effetto, con una foto d’epoca che poggia sul tempo passato. Suggestiva, aggiungerei, di una platonica malinconia.

E ancora penso che ci stia forse un po’ stretto incernierato nell’armadio a muro. Catalogarlo è imbrigliare un po’ delle vite con cui ho condiviso ore di lettura, spesso andando a ritroso, quando credevo di aver capito tutto e invece il personaggio di turno sovvertiva l’ordine delle pagine masticate e non ancora metabolizzate a dovere, come in un giallo d’autore, in cui la caccia all’assassino è la ricerca identitaria dei protagonisti.

In Sopra non appare alcun cielo è evidente la padronanza linguistica e lessicale del Quarin – non nuovo alle pubblicazioni – che facilita lo scorrere delle pagine. Un optional sottolinearlo. Uno stile narrante pulito ed essenziale, scevro da fronzoli o funambolismi letterari, che seppur nella sua lineare trascrizione, è elegante, intenso e poggia su un costrutto storico di interesse contemporaneo. Ma leggere di storia e idealismi è altro che viverli dall’interno, con gli occhi dei personaggi che ne hanno vissuto la sofferenza, che hanno creduto in un ideale deflagrato tra le mani, subendone sulla propria pelle ustionata – materialmente e spiritualmente – illusioni e disillusioni che hanno alterato convinzioni e certezze giovanili.

L’incedere degli anni, la ripresa sociale, economica di un mondo estraneo in cui non sono più riusciti a riconoscersi non ha fatto che modificare ulteriormente le loro coscienze e l’approccio a un’esistenza divenuta sopravvivenza.

Oculato e accorto l’Autore nel condurci all’interno di queste vite, in cui, di volta in volta si è sapientemente calato, vestendo i panni dell’uno o dell’altro, in maniera quasi naturale, frammentandosi in più anime ma mai creando fratture nell’unità del percorso narrativo.

“Sembra destino degli idealisti ottenere ciò per cui hanno lottato in una forma che distrugge i loro stessi ideali” (Bertrand Russel) credo che mai citazione possa essere più appropriata per il romanzo del nostro scrittore nato in Friuli, veneto d’adozione.

Scoprire di essere destinato ad essere ciò che non avresti voluto essere, sperimentare la forza del fato, degli accadimenti che ti portano lontano dal tuo credo sarà destabilizzante per ognuno dei protagonisti, le cui vite, pur proseguendo su strade diverse, dopo le iniziali vicissitudini condivise, continueranno ad intersecarsi tra loro, come in gioco di puzzle in cui gli incastri non saranno mai indolori. Ognuna di queste figure è perfettamente caratterizzata ed è capace di reggersi da sola, in un contesto individuale ben tratteggiato da un’accorta penna.

Aggiungerei di mio che forse la protagonista per eccellenza nel racconto è “la ricerca”; ricerca di un pensiero, dei sogni persi per strada, ricerca dell’abbraccio amichevole, ricerca d’amore soprattutto, in ogni sua forma. Quell’amore per un ideale, una donna mancata e una agognata; dell’amore a cui tendere. Dell’amore per se stessi, mai trovato.

L’efficacia e la validità del romanzo si completano grazie a un’accorta disamina interiore dei protagonisti, superando la semplice narrazione dei fatti, e ulteriore merito del Nostro è quello di lasciare al lettore le conclusioni, ponendosi come oggettivo affabulatore, senza ergersi a giudice o emanare sentenze.

Non esiste l’eroe o l’anti-eroe, ognuno è solo ciò che è, portandosi addosso un bagaglio di pregi e mancanze; l’eroe muore da sconfitto nel pensiero precostituito su presupposti solo suoi o di un manipolo di sognatori; l’anti-eroe ne esce vittorioso, nel riscatto di un’esistenza basata sui fondamenti della sopravvivenza a tutti i costi, anche a discapito degli altri. E quando gli altri sono amici la sofferenza intima è maggiore.

Insomma, storie di uomini, uguali sempre solo a se stessi, in cui il complesso sviluppo identitario – all’interno di quello umanitario – non si cela dietro inutili alibi. Uomini che hanno imparato, loro malgrado a vivere, nonostante la vita li avesse già uccisi da ieri.

Insomma, questo è un Romanzo.

Maria Teresa Infante

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