Il peso delle parole

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In passato lanciai l’idea di una tavola rotonda con giornalisti a confronto e ancora spero sia un progetto realizzabile, al fine di parlare dell’etica e delle responsabilità inerenti a una professione diversa da tante altre, a contatto quotidiano con il cittadino di diverse estrazioni sociali, culturali e religiose, che ogni giorno informa sugli accadimenti più recenti, sia a livello nazionale o internazionale, che si tratti di cronaca, economia, sport, politica e altro.

Attraverso gli articoli in questione, qualunque sia la tematica trattata, spesso vengono lanciati messaggi subliminali.

Domanda nm. 1: è lecito?

Il giornalismo è una missione, un servizio a favore del cittadino/lettore e dovrebbe avere insita anche la proposizione educativa, (questi sono miraggi in tempi di imperante aggressione verbale); un procedimento con imparziale esposizione dei fatti, scegliendo con cura la giusta terminologia nel vasto vocabolario della lingua italiana che abbiamo a disposizione.

Domanda 2: esposizione critica e asettica o lasciarsi coinvolgere emotivamente?

Oggi, per l’assassinio della giovane Elisa Pomarelli si parla a grandi titoli “del gigante buono”, di “troppo amore” e di “raptus” con una superficialità e non conoscenza delle dinamiche riguardanti la fenomenologia del femminicidio, quasi disarmante, se non fosse raccapricciante.

Troppi i termini usati impropriamente.

Vogliamo parlare di amore? L’amore è il sentimento nobile per eccellenza, incapace di uccidere la persona a cui è rivolto.

Il gigante buono è un eufemismo, visto il gesto di cui è stato capace e le condizioni di assoluta precarietà in cui viveva.

Il termine raptus in casi di violenza donne è rigettato da tutte le categorie di criminologi, sociologi e psicoterapeuti in quanto il gesto folle prende forma lentamente nella psiche deviata di una personalità patologica se non narcisista.

In passato, alla stessa stregua si era usato il termine “bravata” non solo sulla carta stampata ma nei telegiornali di Stato quando, a Monopoli, un diciassettenne spinge giù dalla scogliera un vecchietto mentre passeggia in compagnia di un amico, provocandone la morte.

“Volevo solo fare uno scherzo e fargli fare un bagno” è stata la motivazione del ragazzo.

Una bravata costata una vita umana.

Oggi il ragazzo è libero, i magistrati hanno stabilito che se dimostrerà di applicarsi agli studi per soli tre anni vedrà cancellato il suo reato e resterà libero e pulito (ma anche questa è altra storia).

Pochi giorni fa a Borgo Ticino in provincia di Novara un giovane di ventitré anni accoltella l’amico uccidendolo. I giornali insistono con la fiaba capovolta del “troppo amore per una ragazza” e ancora si fa passare il messaggio che l’amore sia una licenza a uccidere. In aggiunta il tg, sempre di Stato, ipotizza che la causa sia stata l’infatuazione per una “ragazzetta”.

Ora, premesso che nel nostro vocabolario il termine non è considerato esattamente in negativo ma nell’accezione quotidiana si avvicina più a una considerazione dispregiativa. “Ragazzetta” sembra uno sminuire la condizione adolescenziale mentre il correlativo più appropriato sarebbe stato “ragazzina”.

E così potremmo andare avanti all’infinito, se andassimo a ritrovo nella storia giornalistica.

Non mi soffermo sul caso Feltri perché non lo reputo associabile all’idea del giornalismo professionale.

Le parole hanno un peso che può far male.
E io credo nella missione salvifica del giornalismo.

Le parole possono essere proiettili, ma possono anche essere squadre di soccorso.(Jón Kalman Stefánsson)

Maria Teresa Infante

3 pensieri riguardo “Il peso delle parole

  1. Le persone che comunicano alle masse . . . hanno una responsabilità immensa. . . dove ogni parola avrà un significato diverso a seconda della visione di chi legge . . . del loro vissuto e delle loro esperienze . . . Per questo la sincerità è indispensabile . . . ma la vera arte di uno scrittore, secondo il mio punto di vista . . . sta nel trasmettere nel modo più corretto le grandi verità, in modo di creare una base per fare in modo che nel lettore cresca la consapevolezza della realtà che è lo specchio della società. . . e così ampliare la propria visione e comprendere sempre meglio la via da scegliere. Purtroppo non sempre succede . . . troppi interessi personali di vario tipo, condizionano chi scrive ed è così che vengono camuffate o nascoste verità fondamentali ed è un danno immenso per la società tutta.

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    1. Grazie di cuore Estela per la condivisione di pensiero e la tua apprezzabile riflessione.

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  2. Gabriella Nardacci 15 settembre 2019 — 13:04

    Oggi tutto è rapportato all’audience e purtroppo, tutto si fa purché la visibilità sia estesa a più persone possibili, spesso a discapito della verità. Una volta fare giornalismo significava scrivere e de-scrivere la realtà così com’era. Il giornalista veniva considerato una persona che aveva il dono e il coraggio della verità ad ogni costo e si stimava e considerava per questo. Oggi, pur apprezzando la diversità e la varietà degli scritti, si evince, spesso, il “rigonfiamento” di alcune notizie che lasciano il lettore, dubbioso e poco incline a credere in quelle realtà scritte.
    A volte le notizie sono ingigantite e si gioca con la sensibilità dei lettori. Altre volte si aggiungono particolari studiati ad hoc, per catturare l’attenzione. Tutte queste cose in nome dell’audience perché più un articolo è letto, più l’autore acquista popolarità. Ovviamente non ne faccio di “tutta l’erba un fascio”( per fortuna ci sono gli “onesti”), ma in ogni campo si assiste a questo processo e la verità di ogni cosa va a farsi friggere in nome di quell’ EGO che vuol crescere sempre di più!
    Grazie, Maria Teresa per avermi dato la possibilità di esprimere anche il mio pensiero in merito al tuo articolo.

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