TEMPO PITTORE di Giuseppe Selvaggi

Libere riflessioni sulla silloge “Tempo pittore”

Ed Insieme. Pag.126. Anno 2017

Capita raramente di leggere d’un fiato, quasi con avidità una silloge, sfogliandone prima, senza ancora conoscerne il contenuto, le pagine con disinvolto interesse.

Cominci a puntare l’occhio a destra e a manca per capire cosa troverai, riconosci il profumo della carta buona, che ti invoglia ad aspirarne l’afrore e attendi scatti qualcosa che ti spinga oltre.

È come ad un primo incontro amoroso, sempre così per ogni libro che ti passa tra le mani; devi capire se può avvenire l’incanto, se esiste la chimica, se può esserci un incontro d’anime, una simbiosi mentale.

Mi chiedo il perché del titolo “Tempo pittore” e ne traggo una riflessione personale.

Cosa sarebbe mai il cammino di ogni individuo se restasse una tela intonsa, bianca, simile al livore della morte, del non essere? Più invece avremo vissuto, più la tela sarà spennellata di colori, più l’avremo imbrattata di cromie, magari anche senza cause ed effetto, perché la vita la dirigi ma non la decidi in totale autonomia: Nella mia clessidra/ i granelli di sabbia/ scivolano veloci/ sono ore e minuti/ spesi alla ricerca/ dei tanti istanti/ di vita non goduti/

Noi, espressionisti dell’anima che ci rappresenta con a disposizione la materia prima, per operare e non rendere vano il vissuto. E in Giuseppe Selvaggi troviamo: (…) l’insonnia/ sarà l’unica cosa/che porterò con me / (…) con tutta l’amara consapevolezza dell’incompiuto che ci porteremo appresso, definitivamente.

E accade. Accade che non riesci a staccarti dai versi tenuti insieme dal filo logico di un percorso esistenziale, interrotti solo apparentemente da un titolo, da un’immagine – di grande suggestione – e ancora accade che ti accorgi che nulla è spezzato, frammentato ma che un titolo serve a concatenare, una fotografia a cementare, a rafforzare l’effluvio emotivo che da essi si sprigiona e ti senti parte di una storia che sembra anche tua. Diventi protagonista, assapori, riconosci e interagisci in uno scenario oscillante tra il quotidiano e il pensiero planato in terra; e non sei più il distratto lettore, piovuto per caso tra le spaziature di liriche estranee a te stesso: (…) Troverete/ parole scritte/non sono rogiti notarili/ sono la mappa/ di un percorso/ che si chiama vita/ (…)

E dal tutto si sprigiona il narrato, personale, incidentato o goduto, rincorso o lasciato alle spalle – non storie precostituite alla catena di montaggio letteraria – da attraversare, da condividere apprezzandone l’eleganza, la trasparenza di pensiero e il sentire genuino.

“Un versarsi” senza congetture e meccanicismi, un fluire di percezioni liquide che scivolano sottopelle, portando, nonostante l’intimità esternata, a concetti di universalità: La paura è l’alibi/ che annulla la ricerca/ Una luce colpirà/ il suo vero volto/ piccolo o grande/ il saggio sa/ che nulla/ gli appartiene/

E il viaggio continua, sui binari dalla grammatura sversata dall’inchiostro, attraversando città e contrade o luoghi cari, in cui il richiamo natio procede sulla doppia corsia, senza compiere mai il sorpasso al presente, ancora tutto da vivere: (…) Penso alla terra madre/ a cui ritorno/ sempre più spesso/ come un ignoto/ mentre Milano imperterrita si intrufola tra i cunicoli della coscienza, per ancorare il Nostro e non lasciarlo andare.

Milano, una città che ha saputo offrire opportunità da non dimenticare e a cui l’Autore è sentimentalmente legato, quasi come a una madre adottiva da cui ha ricevuto nutrimento.  L’operosa metropoli diviene così: (…) la città dove invecchio/ dove imparo tutti i giorni/ che si può vivere/ senza il mare/

Ho apprezzato in questa raccolta poetica le doti umane, sane portatrici di concetti morali a cui fare riferimento; l’onestà intellettuale e soprattutto quella del viaggiatore, diverso dal migrante, ma cittadino integrante di luoghi amati, seppur distanti, simili a due vasi comunicanti, sintomo di crescita e maturazione affettiva che forse, solo l’età adulta riesce a ben definire.
Ho sostato all’ombra dei tronchi, degli ulivi, al focolare degli affetti e ho condiviso la sofferenza della mancanza, senza sentirne il disagio del saccheggio: Mia madre: Accarezzo la pietra/ è fredda (…) Vorrei dirti/ vieni usciamo/ è tempo di rifiorire/ il mare è a pochi passi/ (…) grazie alla mano del Nostro che, con garbo, ci ha aperto le porte delle sue stanze, drappeggiate di sentimenti toccanti… da poter toccare con mano e sentirne la tenerezza, condividendo il posto a sedere.

Noi, passeggeri di uno stesso treno; destinazione ancora da rifinire, e un ticket da dover saldare:

(…) L’amarezza ha uno strano sapore./ Ci saranno altre estati,/ in fondo le bugie aiutano.


Maria Teresa Infante

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