Quando il Viaggio apre le porte alla mente




Libere riflessioni sulla silloge IL VIAGGIO

“Il Viaggio”, spalanca le porte delle stanze remote, nelle quali ci aggiriamo quotidianamente con apparente disinvoltura. Antri bui, o accesi dalla penombra della fragile consapevolezza di conoscere o riconoscere il libro sul nostro comodino, il romanzo, la fiaba, il manuale d’istruzioni del passo dopo passo, scritto, salendo la rampa delle scale nel condominio della contingenza. Le tende chiuse della finestra affacciata sul cortile del pudore, e di quelle tirate sulla veranda stesa al sole, che si versa sul corso principale, lungo il quale scorrazza spudorato l’ego “il gigante dai piedi d’argilla.” La ragnatela che tesse l’incertezza sul triangolo del soffitto o l’umido che gronda sulla parete della solitudine. “Il tremore dell’emozione o l’incubo del miraggio che pendola, vacilla, sull’ora dello spettro daltonico che tinteggia l’iceberg contro cui, durante “Il Viaggio” rischiamo di naufragare… soli!

Nella condizione universale, “Forse del tempo sarò un suo fuscello o solo carta che dimena il verbo” sulla scia del Big Bang, dove affondano le radici dell’uomo, l’ego è la nota dell’inno del Creato che vaga nell’ auditorium esistenziale. Coglierla, è ascoltarsi e riconoscersi; è la rotta, il senso, è quel prendersi per mano per non vagare nella Selva della mappa interiore.

“Ascolta sempre e solo musica vera, e cerca sempre, se puoi, di capire” (cit.)

e la tua, è musica vera, Maria Teresa. Come il corpo, privo della parola, attraverso la gestualità esprime la condizione interiore, cosi l’anima, essenzialmente, rivela il suo volto. Tratti somatici liberati, denunciati e urlati se necessario. In questo caso con l’ausilio della poesia, lo strumento che si fa bisturi e laddove il cuore, si fa paziente, incide profondamente!

Forse del tempo sarò un suo fuscello/ o solo carta che dimena il verbo

Delle mie chiese sento le campane/ eppur la messa non mi cade dentro

Potesse il mio Dio/impollinare vallate sterminate con l’alito di pane fresco.

Mai volai, con l’aquila oltre i tetti/ma riconosco il cielo che mi piove addosso.

“Il Viaggio” è un’opera che non dice, è un Sentire la pelle tesa, mentre scorrono scorci diVersi, dipanati sulle spalle del tempo. Squarciati, divisi e annullati sull’orizzonte trafitto dai nodi delle saette… da e per il cielo. Cariche emotive che demoliscono le mura spazio/tempo in una presenza/assenza, figlia della luce, nel nome del giudizio atavico della memoria, traslando l’Io nel sistema planetario dell’Essere, dove il destino tracolla, soccombe, e ci consegna alla storia infinita, quella dell’Uomo in carne ed anima, in tutta la sua contraddizione… è meraviglia!

Il Viaggio tuo

il mio

il nostro.

…Grazie!!!             

Donato Mancini

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